lunedì 2 luglio 2018

Kodra E IL SUO OMAGGIO A SORRENTO.


Ibrahim Kodra è considerato uno dei massimi pittori albanesi, arrivato in Italia nel 1938 grazie all' interessamento dalla regina d'Albania, perfeziona la sua arte presso l'Accademia di Brera di Milano. Con il suo amico Ciro Agostoni apre il suo primo studio milanese, che in breve tempo riscuote un incredibile successo. Lo studio diventa ben presto il punto di ritrovo di numerosi artisti che avevano aderito al movimento antifascista chiamato la "Corrente". Più volte ospite della Penisola Sorrentina, dove tiene diverse mostre, omaggia la terra delle sirene con alcuni sui capolavori.

NELLA FOTO: "Omaggio a Sorrento"

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L' EDICOLA GIOVANNI CASOLA



Al Corso Italia ( civico 142) vi era la cartoleria Giovanni Casola , una delle prime edicole nate a Sorrento, la numero 3 per esattezza ( come si vede dal numero in alto a sinistra). Tuttavia l'edicola Casola aveva il primato di essere stata la prima ad ottenere l'autorizzazione a vendere anche giornali esteri, e per questo motivo ogni mattina era la meta obbligatoria di tanti turisti stranieri.

(Foto collez. A.PARLATO dal Libro: Sorrento vetrine che raccontano. )

14 e 37 i numeri di SANT'ANTONINO.

Quando si rese necessario dover dotare la Basilica di San Antonino di un numero telefonico, venne chiesto al parroco di allora (al tempo si poteva ancora fare) di scegliere quello più semplice per telefonare in Basilica, e il parroco scelse il 
14 ( giorno della festa del Santo) e il 37 ( che nella smorfia è associato a il monaco). 






domenica 24 giugno 2018

QUANDO L' HOTEL TRAMONTANO DIVENNE "IMPERIAL"



La zarina Marija Alexandrovna, moglie dello zar Alessandro II , nel 1873 si fermò un paio di mesi presso l'Hotel della famiglia Tramontano. La zarina che aveva alcuni acciacchi di salute da curare, su consiglio del medico di corte, scelse Sorrento per il clima mite e per l'abbondanza di giardini. Prima del suo arrivo l'amministrazione comunale fece allargare il Vico III Tasso (attuale Via Vittorio Veneto) per poi intitolarlo a suo nome, mentre dopo il suo soggiorno, l'albergo Tramontano venne insignito del titolo "IMPERIAL".

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martedì 19 giugno 2018

TIBERIO NERONE e LA SUA NERANO.



Tiberio Nerone
era un imperatore romano, quando nel 27 D.c. a 67 anni si "sfasterio' " di fare il sovrano se ne andò in pensione e decise di trasferirsi a Capri dove fece costruire Villa Iovis e dove secondo la tradizione usava la Grotta Azzurra come la sua piscina personale. Quando si allontanava dall'Isola Tiberio lo faceva solo per recarsi in una baia della vicina Massa Lubrense. Questo luogo gli piacque così tanto "per l'amenità dell'aria e per le delitie del mare e di terre" che lo fece abbellire con fontane e giardini, oltre a farci costruire alcuni edifici che permisero a lui e alla sua corte di amici di femarsi quanto e quando lo desideravano. Proprio in suo onore questa baia venne chiamata come la conosciamo oggi: NERANO (da Tiberio Nerone appunto).

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Fonte Storia di Massalubrense

sabato 2 giugno 2018

VICO DEI CORTELLARI, LA LYTTLE SANT’AGATA A NAPOLI e Il Pio Monte dei Poveri di Massa.


VICO DEI CORTELLARI, LA LYTTLE SANT’AGATA A NAPOLI.
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Nel XVI secolo i santagatesi erano famosi ed apprezzati per la loro arte di lavorare falci e coltelli. Così molti di loro per esercitare questo mestiere si trasferirono a NAPOLI  e comprarono casa tutti vicino in un vicolo dove avevano aperto le loro botteghe  nei  pressi di MEZZOCANNONE,  che venne chiamato:
VICO DEI CORTELLARI.

La comunità massese che si era stabilita nei pressi del porto di NAPOLI nel RIONE detto PORTA DI MASSA  e  quella dei santagatesi di VICO dei CORTELLARI diventarono sempre più parte integrante del tessuto sociale ed economico napoletano, tanto che nel 1554 vi fondarono: Il Pio Monte dei Poveri di Massa.
 Il principale scopo del PIO MONTE DEI POVERI DI MASSA era di sostenere i cittadini poveri che vivevano sia nella loro città di origine, sia a Napoli nei quartieri di Porto, degli Orefici e del Mercato. La prima dotazione del Monte fu di dodici ducati donati dal cittadino "Turbolo" il 15 giugno 1554. A questa donazione iniziale se ne aggiunsero altre di privati cittadini e un versamento annuale fisso di 20 ducati da parte dell'Università di Massa.
Oltre ad aiutare i poveri di Massa, il Monte aveva come scopo anche quello di far visita ai poveri e agli infermi, di riscattare i prigionieri cristiani caduti nelle mani degli infedeli e di fornire di dote le fanciulle povere.
L'amministrazione del Monte era gestita da quattro governatori, detti "Maestri", tre dei quali dovevano essere di origine massese con residenza in Napoli e uno era il sindaco della città di Massa. I governatori si riunivano la prima domenica di ogni mese nella Chiesa di San Pietro in Vinculis.


 Il patrimonio del Monte era costituito da lasciti, con le rendite dei quali, spesso venivano creati "Monti" separati o "Confidenze", la cui amministrazione dipendeva dal Monte di Massa. Tra i monti istituiti con lasciti ereditari se ne segnalano alcuni fondati nella seconda metà del '500, i quali avevano lo scopo di dotare fanciulle povere di Massa. Altri monti furono fondati nel corso del '600, quali il "monte Storace" nel 1613; il "monte Persico nel 1619"; il "monte de Mari" nel 1621. Oltre alle "Confidenze" o "Monti", il Monte di Massa amministrava un "Monte dei pegni" istituito da Propsero Turbolo nel 1586 con lo scopo di erigere una cappella nella chiesa dell'Annunziata. Turbolo stabilì che le somme restanti venissero impiegate a favore dei poveri. Un altro Monte fu quello denominato "Monte di Torca", istituito nel 1605 da Enrico Caputo, con il fine principale di celebrare messe e di distribuire doti ed elemosine ai poveri di Torca.
Nel 1590, il Monte dei poveri di Massalubrense fu dotato di un nuovo statuto, e nell'anno 1600, del legato di Salvatore Pastena. Un altro statuto di 22 capitoli fu stilato nel 1731, secondo il quale l'amministrazione del Monte sarebbe stata affidata ad otto persone, aggiungendo ai tre "maestri"e al sindaco di Massa, due coadiutori, un razionale e un segretario. L'amministrazione del Monte, già affidata nel XVII secolo ad alcuni commissari del Sacro Regio Consiglio e nel 1722, dopo una breve parentesi di autonomia, nuovamente a dei commissari, peggiorò notevolmente tra la fine del '700 e i primi anni dell'800 a causa della cattiva gestione e di numerose frodi.
Nel 1874, perduta definitivamente la sua autonomia, il Monte, insieme con il "Monte dei pegni" istituito da Prospero Turbolo e con il "Monte di Torca", confluì con altri simili enti nei "Monti di Pietà riuniti", la cui a amministrazione era affidata alla Congrega di carità, secondo la nuova normativa della pubblica beneficenza e funzionò fino al 1955, anno in cui si estinse.



FONTI:

  • ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI
  • STORIA DI MASSA LUBRENSE di RICCARDO FILANGIERI di CANDIDA


mercoledì 23 maggio 2018

CAVA MERLINO, IL PIETRO MICCA E I PONTONI.




TRATTO dal LIBRO:


"PUOLO un PAESE SI RICERCA"
di CLAUDIO ESPOSITO e RITA DI LEVA.

libro dedicato a chi:
" HA AMATO, AMA e AMERA' PUOLO."

Alla fine del 1800 la costa della BAIA di PUOLO venne interessata da una continua attività estrattiva. 
 Iniziata con i Fernez ed i Fogliotta che si erano limitati, per quanto si ricorda, all’estrazione della pietra calcarea utilizzata per la produzione della calce effettuata in loco nella Calcara (il grande edificio in tufo all’ingresso della cava) con l’acquisizione del territorio da parte della famiglia  Merlino, divenne una vera e propria industria offrendo opportunità di lavoro, in un territorio dove esisteva solo la pesca, l’agricoltura ed una sparuta marineria, a centinaia di persone che provenivano dall’intera penisola sorrentina. Vista la grande richiesta di lavoro accanto ai locali, molti immigrati, soprattutto sardi, trovarono impiego nella cava (i Zuddas, i Murredda, i Migliorini). 



Alla CAVA ribattezzata appunto CAVA MERLINO vennero assunte  maestranze specializzate e qualificate (ingegneri minerari, amministratori contabili, capi operai, gruisti, minatori, carpentieri, cavapietre, manovali ed apprendisti), affiancate da una struttura autosufficiente con uffici amministrativi ed una propria officina specializzata (la forgia) dove carpentieri esperti costruivano o riparavano i carrelli per il trasporto delle pietre e dove i fabbri forgiavano i vari attrezzi occorrenti per l’attività estrattiva.













Man mano che il promontorio veniva rosicchiato, sulla spianata che si creava, veniva posto un reticolo di binari, necessari per lo scorrimento dei carrelli sui quali potenti gru a vapore caricavano gli enormi massi. I binari conducevano sia alle banchine d’imbarco dei pontoni, sia all’ attracco delle bettoline (battelli destinati al trasporto di pietrisco), sia al frantoio dove i detriti venivano trasformati in brecciolino per essere poi caricato sui paranzielli (velieri muniti di motore). 



IL PIETRO MICCA, l' UTILE e lo IOLANDA.
                                        
Il PIETRO MICCA, era un rimorchiatore a vapore acquistato dalla FAMIGLIA MERLINO in INGHILTERRA agli inizi del '900 e serviva a trainare i PONTONI (che erano delle grosse chiatte che trasportavano i binari necessari per l’ imbarco dei massi posti sui carrelli dagli operai ). Il PIETRO MICCA era affiancato da altri due rimorchiatori di ben più piccole dimensioni, l’ UTILE che trainava  la biga utilizzata per sollevare i massi caduti in mare o per sistemare la scogliere, e lo IOLANDA che invece trainava le bettoline utilizzate per portare via la sabbia dragata dal porto. 


I PONTONI

I pontoni si chiamavano: CAMPANIA, ASTI, SAVOIA. 

Quest’ultimo affondò nelle acque di Puolo a metà degli anni sessanta; mentre il CAMPANIA e l’ ASTI furono messi in disarmo e sostituiti con zatteroni a motore – IL BAYONNE e il SYRENE, due mezzi americani utilizzati dagli americani per lo sbarco in NORMANDIA.
Gli equipaggi dei pontoni avevano delle caratteristiche particolari, infatti gli imbarcati svolgevano varie mansioni ed erano un po’ marinai, un po’ operai, un po’ gruisti e ferrovieri a seconda delle operazioni che il mezzo svolgeva. 





Dagli inizi del ‘900 fino a metà degli anni settanta, nel periodo che andava da aprile ad ottobre, la vita degli abitanti del borgo era scandita dai ritmi legati all’attività della cava: il rumore prodotto dal frantoio, il fischio del capo operaio per l’inizio e la fine dei turni di lavoro, i tre squilli di tromba che avvisavano operai e popolazione l’imminente esplosione di una mina, il rumore del grosso compressore - posto nei locali all’ingresso della cava - che pompava aria ai martelli pneumatici che operavano lungo il costone roccioso, il martellare degli operai nella forgia, il fischio del Pietro Micca che chiedeva a qualche cutter ancorato nella baia di spostarsi al fine di effettuare la complicata manovra per l’attracco dei pontoni e la voce possente del capo-pontone che all’attracco chiedeva “‘O pont’ è lest’? Ammaina!” (il ponte è libero? ... ammaina!) e solo allora il ponte levatoio che era alla testata del molo veniva calato ed iniziavano le operazioni d’imbarco dei carrelli carichi di macigni. 



LA GALLERIA 
Periodicamente, ogni 4-5 anni, avveniva il grande evento: veniva fatta esplodere la galleria. Praticamente dopo una lunga operazione di scavo per la costruzione di una galleria cieca, che veniva effettuata generalmente a metà del costone roccioso, il tunnel scavato veniva imbottito con tonnellate di tritolo e fatto esplodere. Prima dell’esplosione i periti della ditta Merlino passavano per ogni casa prendendo nota anche delle più piccole lesioni negli stabili al fine di evitare rivalse non fondate a seguito di eventuali danni creati dall’esplosione.  I Comuni di Massa e Sorrento emettevano le relative ordinanze di sgombero delle abitazioni dell’intero paese e l’interruzione al traffico marittimo nella zona. L’esplosione veniva annunciata dai tre soliti squilli di tromba a distanza di un’ora l’uno dall’altro. La potente esplosione faceva scuotere la terra ed era avvertita fino a Meta, la collina veniva dilaniata e milioni di metri cubi di roccia calcarea rovinavano.

All’inizio delle attività per staccare i massi dal costone si utilizzavano piccole cariche di tritolo che venivano alloggiate in fori ricavati a colpi di scalpello e mediante l’utilizzo di acido muriatico che corrodeva il calcare. La prima volta che fu utilizzato il metodo della galleria, forse per imperizia dei minatori, i risultati furono deludenti. I vecchi ricordano che la galleria fece cannone ed i pochi massi che furono strappati alla montagna vennero scagliati, come da un potente cannone, in mare fino all’altezza dei promontori che delimitano la baia. 


Man mano che il promontorio veniva rosicchiato, sulla spianata che si creava, veniva posto un reticolo di binari, necessari per lo scorrimento dei carrelli sui quali potenti gru a vapore caricavano gli enormi massi. I binari conducevano sia alle banchine d’imbarco dei pontoni, sia all’ attracco delle bettoline (battelli destinati al trasporto di pietrisco), sia al frantoio dove i detriti venivano trasformati in brecciolino per essere poi caricato sui paranzielli. I massi estratti furono utilizzati per la costruzione della diga foranea del porto di Napoli e di molti altri porti della Campania.
IL GRANDE BOTTO
Periodicamente, ogni 4-5 anni, avveniva il grande evento: veniva fatta esplodere la galleria. Praticamente dopo una lunga operazione di scavo per la costruzione di una galleria cieca, che veniva effettuata generalmente a metà del costone roccioso, il tunnel scavato veniva imbottito con tonnellate di tritolo e fatto esplodere. Prima dell’esplosione i periti della ditta Merlino passavano per ogni casa prendendo nota anche delle più piccole lesioni negli stabili al fine di evitare rivalse non fondate a seguito di eventuali danni creati dall’esplosione.  I Comuni di Massa e Sorrento emettevano le relative ordinanze di sgombero delle abitazioni dell’intero paese e l’interruzione al traffico marittimo nella zona. L’esplosione veniva annunciata dai tre soliti squilli di tromba a distanza di un’ora l’uno dall’altro. La potente esplosione faceva scuotere la terra ed era avvertita fino a Meta, la collina veniva dilaniata e milioni di metri cubi di roccia calcarea rovinavano.

All’inizio delle attività per staccare i massi dal costone si utilizzavano piccole cariche di tritolo che venivano alloggiate in fori ricavati a colpi di scalpello e mediante l’utilizzo di acido muriatico che corrodeva il calcare. La prima volta che fu utilizzato il metodo della galleria, forse per imperizia dei minatori, i risultati furono deludenti. I vecchi ricordano che la galleria fece cannone ed i pochi massi che furono strappati alla montagna vennero scagliati, come da un potente cannone, in mare fino all’altezza dei promontori che delimitano la baia. 






Con la fine delle attività il territorio della cava fu venduto ed i nuovi proprietari cercarono di effettuare una grossa operazione di speculazione edilizia, operazione bloccata sul nascere dall’azione intrapresa dall’Associazione Amici di Puolo che nel 1979, con una petizione popolare sottoscritta da migliaia di cittadini, riuscì a coinvolgere tutti i partiti presenti in parlamento ed bloccare la colata di cemento che avrebbe definitivamente rovinato la baia.